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    Archeologia

  • I reperti archeologici assumono particolare importanza all’interno del territorio di Sorradile e Bidonì (provincia di Oristano), comunità ospitale di Domos Rujas, come preziosi testimoni di un passato che affonda le proprie origini in epoca preistorica, periodo particolarmente importante per comprendere a fondo l’evoluzione culturale di tutta la Sardegna. Solo conoscendone le origini, si possono veramente comprendere i paesaggi e i luoghi, che oggi ammiriamo in questa regione meravigliosa.

    A Sorradile, sono diverse le domus de janas e i nuraghi sparsi sul territorio che ne testimoniano le antiche frequentazioni. Primo tra tutti è il complesso di Prunittu, in località San Nicola. Si tratta di una necropoli a grotticelle artificiali, del tipo domus de janas (casa delle fate), costituita da circa 15 ipogei scavati sulla parete di un costone trachitico, ubicata a poca distanza dal centro abitato e facilmente raggiungibile. Il complesso risale al periodo del Neolitico Finale (cultura di Ozieri, 3200-2800 a.C.), ma si conservano tracce di riutilizzo fino all’Età Medievale (XII secolo circa).

    Alcuni degli antichi nuraghi del territorio (Candala, Iscòva, Perdu mannu e Bentòsu, Pajolu, Biùgias Pilicas e Aurù, Songhe e Su pranu), spesso visibili solo nei periodi di scarsa piovosità, perché sommersi dal livello delle acque del lago Omodeo, furono smantellati all'inizio dell'Ottocento per costruire muretti a secco e conservano oggi, solo pochi filari di pietre.
    Sicuramente, il nuraghe Uràsala è uno dei più importanti. Si tratta infatti di un nuraghe monotorre a tholos (falsa cupola), con ingresso orientato a Sud-Ovest, realizzato con blocchi di trachite sbozzati di diverse dimensioni, messi in opera a filari regolari. La particolarità del monumento è legata alla sua posizione all’interno del bacino artificiale del lago Omodeo che, a seconda del livello dell’acqua, ne compromette la visibilità fino a sommergerlo per intero. Cronologicamente è ascrivibile all’Età del Bronzo Recente (1350-1200 a.C. circa).

    Infine, di rilevante importanza è il complesso cultuale nuragico di Su Monte, sia per le caratteristiche delle strutture, sia per il numero dei reperti rinvenuti. Si articola in una cinta muraria ellittica, all’interno della quale si trova un complesso di strutture di trachite grigio-rosata realizzate in opera isodoma. L’edificio templare, integralmente conservato nell’impianto di base per un’altezza di m 1.50, si compone di un ingresso trapezoidale giustapposto ad una camera circolare occupata da una “vasca-altare” poligonale, unica nel suo genere, il cui lato meridionale dal profilo convesso, ingloba un modellino di nuraghe. L'edificio maggiore, che costituisce l'epicentro dell'insediamento, mostra lo schema iconografico distintivo di un tempio a pozzo, ma strutturalmente non è dotato di quelle articolazioni ipogeiche tipiche di tale architettura.
    L’area del santuario è stata frequentata, con alterne vicende, dal Bronzo Recente - Bronzo Finale (inizi XIII - inizi IX sec. a.C.) fino all’Età Tardo Punica (III sec. a.C.) anche se, nelle fasi più tarde, in maniera sporadica e occasionale.
    Al suo interno sono stati rinvenuti importanti oggetti di uso quotidiano, provenienti soprattutto dal deposito della nicchia di fondo del vano circolare di uno degli edifici. Nel repertorio bronzeo va richiamato il ritrovamento di una navicella, rinvenuta insieme a sette bronzi. Tra le fogge ceramiche sono maggiormente rappresentate le ciotole a colletto sagomato, lisce o decorate, scodelloni a corpo schiacciato con anse orizzontali a maniglia, olle globulari. A queste si aggiungono poi brocche askoidi e vasi piriformi.

    Bidonì, malgrado le sue ridotte dimensioni, conserva uno dei monumenti nuragici più importanti di tutta la Sardegna: si tratta del Tempio di Giove in località Lochele, sulla cima del colle Onnarìu. È risalente al 50 a.C., come testimonia l’epigrafe incisa sull’altare. La sua importanza è dovuta al fatto che questo è, in tutta la Sardegna, l’unico edificio sacro in ambiente campestre dedicato alla massima divinità pagana, e uno dei tre finora scoperti in tutto il Mediterraneo.
    La struttura, di pianta rettangolare, è orientata in direzione Nord/Ovest - Sud/Est, e ad oggi, non rimangono che le fondazione delle murature, poiché con ogni probabilità i blocchi squadrati in vulcanite, con i quali venne costruito l'edificio, vennero riutilizzati in periodi successivi per l'edificazione delle vicine chiese di San Pietro e di Santa Maria di Ossolo.
    Diversi frammenti di vasellame rinvenuti al suo interno testimoniano l’occupazione dell’area in un periodo compreso tra II e I secolo a.C.
    Di fondamentale importanza è stato il rinvenimento delle due iscrizioni latine "Dei" e "Iovis", da intendersi come "altare del dio Giove".

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